Natale 1935. Don Martino era un armadio che, quando entrava nelle casette dei parrocchiani, doveva inchinarsi e magari sgusciare di traverso. Dal pulpito tuonava con una voce che la sentivano anche quelli che erano rimasti a pascolare le vacche, i fedeli non capivano cosa dicesse, tra un Sodoma e Gomorra e un Anatema, ma restavano intronati a pentirsi non si sa di che.
Però gli volevano tutti bene perché era il più povero del paese, e con la scusa di fargli controllare il libretto colonico con i conti del padrone, riuscivano a regalargli qualche uovo o un salame (dico con la scusa, perché in fatto di conti un contadino analfabeta vale almeno tre ragionieri).
Lo vedemmo arrivare pestando forte la neve, come se la sospettasse di nascondere qualche demonio. Sotto la palandrana nera, tirata su per non sporcarla, spuntavano mutandoni lunghi vagamente bianchi, ma ravvivati da innumerevoli toppe che cuciva lui stesso, e si vedeva.
Non entrò nemmeno, fece un gesto che, non essendo stagione da mosche, doveva essere una benedizione, gridò: “Quest’anno il Bambino lo farà Giulietto”, e riprese a marciare sulla canonica. Giulietto ero io, 5 anni compiuti e quindi un po grandicello per essere Gesù nel presepio vivente che era il lustro del nostro paese e destava interesse nelle zone vicine, nonché qualche pia invidia negli altri parroci. D’altra parte, fanciulli in più tenera età non avrebbero retto a un’ora di immbibilità assoluta, tanti durava la funzione.

Racconto di Luca Goldini tratto da “Corriere di Parma” (Luigi Battei – Natale 1983)