
La sua città, dicono i parmigiani. Ma sappiamo che lo fu a metà, per colpa di quelle ferite, alle origini della carriera, mai più rimarginate. In seguito la sua notorietà divenne così grande, che egli stesso dovette accettarla: non gli era concesso cioè di rimanere prigioniero del passato, quando ormai il nome Giuseppe Verdi, come ogni bene universale, apparteneva al futuro. Stava avvicinandosi l’epoca dell’Aida, una delle sue massime realizzazioni. Lo spettacolo di Parma, allestito nei primi giorni di Aprile del ’72, con la supervisione dell’autore, riuscì senza dubbio uno dei migliori. La città si mostrò grata a Verdi e lo coprì di onori. Fu un avvicinamento decisivo. Il maestro capì che i tempi erano cambiati e doveva qualcosa ai suoi vicini di casa.
A Parma del resto andava spesso, per esigenze d’affari, al mercato del bestiame e delle sementi; andava ad ammirare le nobili architetture della cittadina, le chiese, il Correggio. « Mervaiglioso e seducente pittore! Tanto bello, semplice, naturale, che quando lo vedo, m’immagino non abbia mai avuto Maestri! Grandioso talvolta come Michelangelo, colla differenza che i Profeti e gli Apostoli di Correggio li amo, quelli di Michelangelo mi fanno paura! » come disse a Boito. E andava perfino a raccogliere qualche idea tra la gente, di cui non volle mai parlare, come ogni vero artista, ma che altri si sono presi l’incombenza di trasmetterci in versioni anche non perfettamente concordi, come dev’essere poi ogni realtà colta dal vivo.
Tratto da “Verdi – La vita, i viaggi” di Gustavo Marchesi e Mario Pasi (1993)