
È una storia antica che profuma di umanità, di pane, di cose semplici ma care al cuore.
Un tempo, in collina e in montagna, forse per quell’atavico rispetto dei nostri vecchi nei confronti dell’abete, l’albero sacro per eccellenza ai celti, simbolo della vita, che non si poteva sradicare o abbattere nemmeno per Natale, nelle patriarcali cucinone dalle pareti annerite dagli anni e dal fumo…spuntava il ginepro. Ed allora, in prossimità delle feste natalizie, il “rezdór” si recava nel bosco e lì, tra la neve, sbroccava un robusto ramo di ginepro (che trasportava a casa con la “broséla” trainata dalle mucche o, in caso di molta neve, con la “slíssa” una sorta di grossa slitta di legno) da addobbare in modo molto spartano per le imminenti feste. Spettava alle donne e ai bambini fare il resto con striscioline di carta stagnola, qualche mandarino, noci, nocciole e pochi altri ninnoli caserecci tanto per dare una parvenza di allegria in case dove la ricchezza e l’abbonzanza non erano certo di…casa.
Tratto da “Il Libro del Natale Parmigiano” di Lorenzo Sartorio (2009)