Io Parlo Parmigiano

La spalla cotta di Giuseppe Verdi

"Caro Arrivabene, io non diventerò feudatario della Rocca di San Secondo, ma posso benissimo mandarti una spalla di quel Santo. Anzi, te l’ho già spedita stamattina colla ferrovia. Quantunque la stagione sia un po avanzata, spero la troverai buona, ma devi mangiarla subito, prima che arrivi il caldo. Sai tu come va cucinata? Prima di metterla al fuoco bisogna levarla di sale, cioè lasciarla per un paio d’ore nell’acqua tiepida. Dove bollire a fuoco lento per sei ore, poi la lascerei raffreddare nel suo brodo. Fredda che sia, vale a dire circa 24 ore dopo, levala dalla pentola, asciugala e mangiala." (ricetta di Giuseppe Verdi…

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La cena del norcino

Un manoscritto che porta la firma di Ser Matteo Cattarini del fu Gasparo fu Antonio datato 1806, Primo Anno del Regno d'Italia imperando Napoleone il grande et sendo Viceré il Prencepe di Venassia Eugenio Napoleone, descrive la cena che la massaia offriva, dopo il duro lavoro della macellazione del suino, al norcino e ai suoi aiutanti: «La tavola abbia li seguenti piatti…bevito mezzo goto di vino bianco a salutare l'apertura del pasto, il primo piatto sii di boni risi con li figatelli di pollastro in brodo, che la massara curarà sii ben fisso, come fissa è stata la bona sorte del suino. Et indi il…

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Mozart a Parma

Finalmente, dopo un giorno di viaggio, la carrozza dei Mozart varcò le porte di Parma. La città li accolse con il suo inconfondibile fascino barocco, un tripudio di architetture maestose e dettagli raffinati che dovettero colpire profondamente il giovane compositore.Parma, con la sua ricca tradizione musicale, rappresentava una tappa fondamentale del grand tour italiano di Mozart. La citta ducale, infatti, vantava una vivace scena artistica, con il suo teatro e le numerose chiese dove la musica sacra fioriva rigogliosa. L'arrivo a Parma non fu solo una sosta nel viaggio, ma un'immersione totale in un ambiente culturale stimolante. Il giovane Wolfgang ebbe l'opportunità di ascoltare nuove…

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Garbin

Uno era Garbin. I servizi sociali avevano cercato più volte di trovargli una sistemazione in casa protetta, ma Garbin viveva bene in ospedale. Non appena veniva dimesso dal reparto usciva, sceglieva una delle strade che fiancheggiavano il Maggiore, si sdraiava in mezzo alla carreggiata e aspettava di essere soccorso. Via Abbevveratoia, viale Osacca, via Gramsci erano vie molto frequentate e in poco tempo Garbin era di nuovo ricoverato. I medici ormai lo conoscevano e per evitare che facesse troppa confusione in reparto, dato che ormai considerava le corsie come fossero casa sua, scrivevano una lettera di dimissioni "preventiva" pronta per essere siglata anche nel cuore…

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Luigi Apolloni

Ero in comproprietà fra la Pistoiese e la Reggiana quando il Parma mi chiamò alla sua corte. Andai a Milano, al mercato, a firmare il contratto con Canuti. Esordii in campionato contro la Cremonese, giocammo male, perdemmo. Fu un campionato dignitoso. Sembrò cambiare la musica con l’arrivo di Zeman tanto è vero che battemmo in amichevole anche il Real Madrid. Ci illudemmo ma la realtà fu molto dura. A Tizzano in ritiro, lavorammo come matti, io avevo le vesciche ai piedi, non riuscivo a correre dal dolore. Colpa delle corse sull’asfalto. Bozzetti mi rimise in piedi curandomi anche una caviglia che aveva calcificazioni. Sogliano mi…

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Il Taro Taro

Correva l'anno 1971 e mentre veniva pubblicato il brano di John Lennon "Imagine" e a Londra apriva il primo "Hard Rock Cafè", Sergio Bertazzon, reggiano di Casalgrande, durante un pranzo con l'amico Gino Manganelli, titolare del ristorante albergo "La Pineta" di Collecchio, ebbe l'idea di aprire un locale dove si potesse ballare anche bevendo un drink e ascoltare i migliori cantanti italiani e stranieri.Manganelli gli propose un appezzamento di terreno vicino alla "polveriera" posta ai piedi dei Boschi di Carrega.[…] Anticipando le strategie future del locale, che avevano come obiettivo soprattutto le ospitate VIP, il 1° Giugno 1972 il TaroTaro Club inaugurò con un testimonial…

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La Rina

Poesia di Tato Mazzieri tratta da "Cór Pramzàn - raccolta di poesie inedite" a cura di Luigi Casalini. Mi conòss 'na sartorén'na ch' l' é 'n tezòräd blèssa e d' elengànsa 'd personäl;la s' ciàma Rìna, e mi a gh' ò fat l' amórda cuànd a gh' ò balè al vegljón äd Carnväl. Cuànd mi a la bäz in-t-la sò bòcca 'd sréza,la m' guärda e pò la m' dìz:  ‭« Mio caro Tatoda cuànd a t' m' è bazè dardè a cla sésa,immensamente, mi, t' ho tanto amato! » L' amór, dìz la moräla, l' é 'na spézach' la s' fà vlontéra ànca dardè…

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Al fontanär (l’idraulico)

La rezdóra l' é preocupädagh' é ròtt al rubinètt, la ca' alagäda. Mo guärda! Al fontanär al n' é vén mìgae dir che par pagär fagh mìga fadìga -.Arìva finalmént, vèrs il cuàt'r ór'n òmm distìnt, la bórsa cmé 'n dotór. In déz minùd al guäi l' é riparè. Co' gh' vén? -. La dìz, coj sòld zà preparè. J' én sìnch mìlla frànch -. Oh màma mìa!A gh' é gnù cuäzi mäl, n' é mìga bozìa. Sìnch mìlla franch? Eh che lavór!n' ò gnànca paghè tant al mé dotór -. A crèd dabón, a crèd sénsa ch' la giùra,cära la mé sjòra, la vìtta…

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Il brodo e il “Pieno”

Le nostre nonne, alla Domenica, quasi si mettessero d'accordo, per primo servivano in tavola la minestra in brodo "pàsta ràza" (pasta grattugiata) e come secondo il bollito misto: manzo, gallina e l'immancabile "pjén" con le varie salsine del rito frutto delle antiche ricette che ogni famiglia parmigiana si porta appresso nei secoli come il proprio cognome. Se il "pjén" della Domenica doveva risultare buono, quello per il pranzo di Natale doveva essere superlativo anche perché, quello morbido "digeribile" che fluttuava nella pentola, era uno dei "complici" del brodo dentro il quale dovevano nuotare gli anolini. A Parma il "pjén" è sempre stato un rito per…

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I Filòs invernali nelle stalle

Li chiamavano «racconti di stalla». Un pò strana come definizione, ma rigorosamente rispondente al vero. Le «storie di stalla» erano quelle che venivano narrate alla gente proprio nelle stalle, ma anche nei «metati», gli essicatoi, che un tempo apparivano come folletti nei boschi del nostro appennino e della vicina Lunigiana. Il ritrovarsi nella stalla in inverno rispondeva all'esigenza di trascorrere, dopo la spartana cena, un'oretta insieme alla propria famiglia ed ai vicini di casa o di corte, prima di tuffarsi sotto le coperte di quelle stanzone fredde dove dai travi penzolavano i salami ad «asciugare» e dove, nemmeno il «prete», riusciva a scaldare più di…

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